La storia della coltivazione delle Perle di Tahiti in Polynesia Francese


LE DIFFERENTI CONCHIGLIE PERLIFERE NEL MONDO

Non tutte le conchiglie producono delle perle, ma possiamo dire che un grande numero di bivalve sono capaci di produrre delle perle di più o meno buona qualità. Anche le cozze che vengono coltivate per finire nei piatti possono produrre delle perle gialle, minuscole, come anche le grosse tridacne dei mari tropicali sono capaci di produrre delle "biglie" senza grande interesse estetico.

La più conosciuta bivalva che produce delle perle la Pinctada fucata (chiamata anche akoya) alla quale si devono le tradizionali perle bianche del Giappone. Questa conchiglia si incontra nelle acque temperate e fresche dell’Asia (Giappone, Cina, Corea).

Una bivalva d’acqua dolce di piccole dimensioni, di coltura molto facile in Asia, Hyriopsis schegeli, permette oggi ai giapponesi, ma anche e soprattutto ai cinesi, d’invadere il mercato di piccole perle a basso prezzo che vanno dal bianco crema al rosa, passando dal giallo dorato.

La Pinctada margaritifera, che produce le perle di Tahiti, si trova in tutto il Pacifico. Un’ostrica adulta (speranza di vita: tra i 15 e i 30 anni) può pesare fino a 5 chili.

La Pinctada massima la più grande di tutte: cugina della Pinctada margaritifera, può superare i 5 chili e produrre le molto rinomate "South sea pearls", in particolare nel sudest asiatico e nella regione di Broome, in Australia (riflessi crema, rosa e giallo pallido).

Un’altra ostrica bella, per la sua conchiglia a forma d’ala, conosciuta perl la fabbricazione dei "mabe", la Pteria penguin, comune nei mari asiatici, in particolare in Tailandia, intorno a Phuket.

La Pinctada maculata: consosciuta soprattutto col nome polinesiano di "pipi", piccola ostrica che produce delle piccole perle dorate, le "poe pipi". Mini ostrica, in confronto alla Pinctada margaritifera, che vive nello stesso biotopo.
 
Distribuzione degli spazi delle bivalve utilizzate in perlicoltura
Distribuzione degli spazi delle bivalve utilizzate in perlicoltura
Pinctada Margaritifera Pinctada Margaritifera - Pinctada Maxima Pinctada Maxima - Pinctada Fucata Pinctada Fucata
Pinctada Martensi Pinctada Martensi - Zone di produzione delle perleZone di produzione delle perle

PINCTADA MARGARITIFERA

L’ostrica perlifera" della Polinesia francese un falso appellativo visto che l’animale, Pinctada margaritifera dal suo nome latino, una grande ostrica, appartenente alla famiglia delle Pteridae, rinomata in tutto il mondo per le sue secrezioni madreperlifere. La Pinctada margheritifera, che chiameremo ostrica per maggior semplicità, fa parte delle conchiglie giganti dei mari caldi, dato che un individuo adulto può raggiungere i 30 cm di diametro e un peso di oltre 5 chili.

Alcuni esemplari di quest’ostrica, a volte soprannominata "ostrica perlifera dalle labbra nere", possono raggiungere il peso considerevole di 9 chili.

Le ostriche si sviluppano essenzialmente nelle lagune, ma se ne trovano anche nell’oceano. Alle Marchesi per esempio, dove le isole non sono circondate da lagune, l’ostrica prolifica in maniera selvatica fissandosi agli scogli. Date le condizioni di vita rustica, non diventa così grande come nella calma delle lagune.

Una particolarità della Pinctada data dai suoi cambiamenti di sesso nell’arco della sua vita, anche in seguito allo stress.

Oggi sappiamo che quando femmina depone le uova tutto l’anno, con due "picchi" al cambiamento della stagione. Ci vogliono due o tre anni prima che un’ostrica possa riprodursi. Solo la straordinaria quantità di uova liberate da questa bivalva (decine di milioni per esemplare), consente di garantire nell’ambiente naturale la sopravvivenza della specie, dato che l’incontro con gli spermatozoi che fecondano le uova assolutamente casuale.

Le larve sono in seguito la preda di tutti gli animali che si nutrono di plancton. In fine la conchiglia, quando giovane, preda di numerosi carnivori come il pesce balestra temuto dai perlicoltori.

Fragile, la Pinctada margaritifera, ha bisogno quindi di cure costanti da parte di coloro che vogliono allevarla.

LA PRIMA PERLA DI COLTURA

L’invenzione dell’innesto attribuita a un giapponese, Kokichi Mikimoto, tecnica che permette di far produrre a un’ostrica una perla. La prima perla (un mabe) fu raccolta l’11 luglio 1893 nella baia di Ago, in Giappone.

Tuttavia gli storici riconoscono che la paternità di questa arte dovuta ad un altro giapponese, Tatsuhei Mise, che ottenne la prima perla rotonda nel 1904. Un altro giapponese, Tokishi Nishikawa, ha scoperto questo segreto praticamente nello stesso periodo, ma bisognerà aspettare qualche anno prima che le sue tecniche diventino ufficiali: le due licenze di Mise e Nishikawa furono depositate nel 1907.

Nel 1908, Mikimoto depositò il suo brevetto, tre documenti che furono in qualche modo l’atto di nascita dell’innesto.

La tecnica arcaica di Mikimoto consisteva nell’avvolgere un piccolo nucleo artificiale in un pezzetto di tessuto del’ostrica e a infilare il tutto in un’altra ostrica.

Questo procedimento assai pesante ed un’operazione chirurgica traumatizzante per l’ostrica che riceve un corpo estraneo considerevole nel suo organismo. Di conseguenza la mortalità era elevata. La tecniche più leggere, che consistevano a introdurre solo un nucleo e un lembo del mantello, ottennero più rapidamente successo. Mise e Nishikawa avevano visto giusto dato che sono loro gli inventori di questa tecnica. Ma il loro collega ebbe il merito di capire molto rapidamente lo sbocco di questa attività e fu il vero promotore della perla di coltura, prima in Giappone e poi nel mondo intero.

È da sapere che nel 1914, Kokichi Mikimoto, intraprese dei lavori all’avanguardia su un’ostrica poco conosciuta, la... Pictada margaritifera.

Ma, a proposito, che cos’ una perla "fine" e che cos’ una perla di coltura?

Per perla "fine" si definisce una piccola sfera di carbonato di calcio, di aragonite per essere più precisi, formata da una bivalva confrontata a un corpo estraneo introdotto nel suo tessuto: questo intruso può essere semplicemente un granello di sabbia, o una particella che infastidisce l’animale; il mollusco, con una reazione di difesa, secerne intorno all’intruso un fine strato di aragonite, la stessa materia che compone la sua conchiglia. Questa secrezione effettuata con una rotazione permanente del corpo che viene isolato: da cui si ottiene una forma generalmente arrotondata.

La perla di coltura , al contrario, il frutto dell’intervento dell’uomo su una bivalva. Il tecnico dell’innesto introduce artificialmente un intruso nell’animale, per obbligarlo a mettere in opera il suo processo di difesa e a isolare questo corpo estraneo avvolgendolo di aragonite. La biglia introdotta artificialmente chiamata nucleo; in generale bisogna aggiungere un pezzettino del mantello di un’altra ostrica ed a partire di quest’ultimo che inizia la secrezione d’aragonite.

Una perla composta da oltre il 90% di aragonite pura. Se le perle e le conchiglie reagiscono in maniera così diversa alla luce perché in un caso la secrezione sferica e nell’altro orizzontale. Questo impilarsi di fini lamelle di aragonite (si contano un migliaio di strati in una perla di qualità) permette alla luce, del sole o artificiale, di giocare con questi micro-cristalli di aragonite e di determinare l’oriente di una perla.

Senza troppo entrare nella tecnica, bisogna ricordare che la perla fine e la perla di coltura sono entrambe perle "naturali", prodotte da una bivalva. Non si tratta in nessun caso di "perle artificiali" che cio non fanno intervenire un procedimento naturale di elaborazione dell’ostrica. La differenza essenziale tra una perla fine e una perla di coltura che la seconda possiede un nucleo, che tra l’altro gli apparecchi di radiografia possono mettere in evidenza. Se per dei gioielli antichi il dubbio legittimo, attualmente sul mercato mondiale la perla fine quasi scomparsa.

AI TEMPI DELLE IMMERSIONI...

Si sente spesso parlare dell’ostrica perlifera, termine improprio visto che i molluschi che producono perle destinate alla gioielleria in Polinesia francese, sono delle grandi ostriche, "Pinctada margaritifera" dal loro nome latino.

Da sempre queste ostriche sono state utlizzate dai polinesiani, primi colonizzatori dei mari del sud. Avevano un valore d’utilità, ma alcune anche ornamentale e decorativo. Le antiche parure, per esempio, erano decorate con grandi conchiglie levigate, dai riflessi mordor e cangianti, che si aggiungevano al portamento maestuoso della persona che le portava.

Nel corso della storia le ostriche hanno sempre interessato l’uomo non tanto per la perla che potevano racchiudere (una perla su 15.000 ostriche) ma per la bellezza delle loro conchiglie.

Dopo la parure ancestrale, per la madraperla il turno dei bottoni da camicia e una serie di altri usi (intarsio, tasti degli strumenti di musica, ecc...). All’inizio del secolo XIX, si ritrova negli archivi polinesiani la traccia di una raccolta di ostriche; La prima nave repertoriata in questo commercio la "Margaret", che faceva scambio di ostriche tra le Gambier e l’Australia nel 1802. La domanda continuava a crescere e il numero di queste navi e le loro rotazioni tra San Francisco, Valparaiso o Sidney si moltiplicò nei decenni seguenti nella più perfetta anarchia. Si dovette aspettare la fine del secolo perché l’amministrazione francese decidesse di controllare questa attività selvaggia.

Scambiando un pezzo di stoffa o qualche ninnolo della società moderna, coltelli, filo di ferro o sacchi di riso, era facile procurarsi tonnellate di conchiglie. Questa attività di pura raccolta, in realtà della pura razzia, senza nessuna gestione degli stock naturali, si prolungò fino alla seconda guerra mondiale.

Eppure, dal 1870, il dottor Bouchin-Brandely, inviato dalla Francia per effettuare degli studi su questa materia prima, tirò il campanello d’allarme prevedendo che le lagune finirebbero per diventare dei deserti; quando in realtà all’inizio del secolo XIX certi visitatori spiegavano che era difficile camminare nell’acqua dato che c’erano queste ostriche taglienti dappertutto, il secolo dopo si doveva scendere sempre più in profondità per trovare delle conchiglie di dimensioni sufficienti.

All’epoca c’era tutto un folclore intorno alle campagne di raccolta. I sub (apnea) scendevano a volte fino a 40 metri muniti di un peso di piombo di 8 chili. Un paio di occhiali, un guanto e una rete costituiva il solo equipaggiamento di questi avventurieri che dovevano tener d’occhio le murene, gli squali ma anche gli incidenti di apnea, come il famoso "vana taravana" che faceva perder la ragione.

 Con degli alti e bassi nella produzione, quella che allora si chiamava "la plonge" continuò fino agli anni sessanta, anche se l’invenzione del bottone di plastica nel 1957 determinò la fine di questa attività.

Prima della prima guerra mondiale, i raccolti annuali non superavano le 600 tonnellate; tra le due guerre superano le 1.200 tonnellate (1.350 tonnellate nel 1924: era stato inventato l’antenato della maschera, degli occhialini a tenuta stagna molto utili) per ridiscendere sotto le1.000 tonnellate dopo la seconda guerra mondiale (500 a 800 tonnellate all’anno in media), e per finire in fine a... 2 tonnellate nel 1979. Le Tuamotu e le Gambier erano gli arcipelaghi messi a frutto, ma la distruzione delle risorse aveva imposto delle quote per atollo, delle date di immersioni molto severe, degli anni di riposo (una stagione di raccolta ogni 4 anni) e dei settori vietati, delle autentiche riserve.

Di fronte a questo impoverimento drammatico, dall’inizio del secolo XX, vennero fatti degli esperimenti, non tanto di riproduzione, ma di raccolta delle larve, ma il saccheggio rapportava a sufficienza per non toccare la noncuranza generale.

Nel 1954, l’urgenza era tale che il servizio della Pesca decise di sottomettersi alle raccomandazioni emesse dai precedenti specialisti: la raccolta delle larve (fasci di miki miki, un piccolo arbusto di fiume delle rive Paumotu) fu rilanciata in diversi atolli e, anche se i risultati non furono mai straordinari, possiamo dire che furono senza dubbio questi lavori empirici a salvare la specie dalla disparizione totale.

Fino a quando si trattò di raccolta di conchiglie, la raccolta delle larve non suscitò l’entusiasmo di coloro che vivevano di madreperla, dato che supponeva una pianificazione a medio termine, che non rientrava nella tradizione locale; ma il mantenimento delle risorse permise, negli anni ’70, nonappena la perlicoltura s’impose, di mobilizzare le energie per aumentare il numero di ostriche.

La Pinctada margaritifera era passata vicino all’estinzione. Grazie alla tenacia dei ricercatori, poco sostenuti o riconosciuti durante i primi decenni di questo secolo, oggi si calcolano queste bivalve in milioni di individui... La perla di coltura, in seguito alla "plonge", ha corso il rischio di non vedere la luce del giorno... Takapoto, Manihi, le Gambier, Marutea sono degli atolli dove la raccolta delle larve ha dato degli ottimi risultati, permettendo di rilanciare l’attività perlifera, grazie a degli stock naturali che non erano stati completamente esauriti. Ma ci mancato poco!

Photo Sylvain Girardot

PRIME AZIENDE PERLIFERE ALLE TUAMOTU

Il salvataggio delle ultime ostriche nelle lagune delle Tuamotu coincise con un ritorno d’interesse per le perle che la Pinctada margaritifera produceva un tempo anche se raramente. Gli antichi polinesiani, che non sapevano lavorare e forare queste curiosità naturali, non gli davano un grande valore.

Fu un francese curioso, veterinario, Jean Domard, che riprese i lavori dei suoi predecessori e che approfondì in Giappone le tecniche d’innesto, agli inizi degli anni sessanta. Capo del servizio della pesca, fu convinto rapidamente che si potevano ottenere delle perle eccezionali dalle grandi ostriche polinesiane. Lavorò con accanimento e, nel 1965, fece un raccolto di prova: le perle polinesiane di coltura vennero alla luce per la prima volta in quell’anno. luce che fu offuscata dal loro oriente magnifico.

Jean Domard riuscì grazie a un tecnico dell’innesto giapponese che aveva fatto venire dall’Australia, dopo aver fallito tentando di innestare lui stesso.

Fu un giornalista locale, avventuroso e intraprendente, Koko Chaze, che incrociò il cammino di Domard e si lanciò, in un primo tempo, nella produzione di mezze perle. Koko Chaze si installò a Manihi, di cui cambiò il destino, e fece il suo primo raccolto un anno dopo.

Allo stesso tempo, una famiglia di gioiellieri parigini, i Rosenthal, scoprirono il raccolto di Jean Domard; il padre fece riconoscere le perle dal "Gemmological Institute of America" e i suoi due figli si associarono a Koko.

Nel 1970, i tre "coltivatori" si lanciano nelle perle rotonde. Una sfida che vinceranno...
Altri grandi pionieri furono: Paul Yu, il dottor Jean-Paul Lintilhac, Jean-Pierre Fourcade, Jean Tapu (ex campione del mondo di pesca subacquea), Jean-Claude Brouillet (fondatore di Air Gabon) e infine Robert Wan, soprannominato dai media "l’imperatore della perla di Tahiti".

Un altro pioniere merita d’essere citato per il suo dinamismo e il suo ardore a promuovere la perla nera: Salvador J. Assaël, grossista di New York, non un coltivatore, ma che comunque riuscì a imporre questa gemma dei mari del sud nelle più grandi gioiellerie del mondo, da Manhattan a la Place Vandôme di Parigi.

LANCIATI SULL’ORO NERO

Il successo dei primi pionieri della perlicoltura generò sia degli invidiosi che degli emuli.

La perlicultura ridarà letteralmente vita a certi atolli delle Tuamotu che si spopolavano drammaticamente. Prima dello sviluppo di questa attività la popolazione era attirata dai neon di Papeete.

È il caso, per esempio, di Takaroa e Takapoto, alle Tuamotu del nord, ma anche di altre piccole isole dove il numero di concessioni marittime letteralmente esploso negli anni ottanta: Hikueru, Fakarava, Kauhei, Makemo, Anna, Ahe, ... Numerosissimi atolli hanno mobilizzato le loro energie per produrre delle perle. La fine del brancolamento sul piano tecnico ed altri fattori fecero in modo che le domande di concessioni marittime aumentassero enormemente: oltre 800 alla fine degli anni ottanta, oltre 2000 nel 1990 e nel 1991.

Raccolta di larve (per le lagune adatte alle circostanze) e innesto sono i due aspetti molto distinti di questa industria, dato che, se certe lagune sono particolarmente adatte alla produzione di perle, a volte sono povere di ostriche. Da cui, all’interno delle Tuamotu, ci sono incessanti trasferimenti di giovani ostriche, via mare o via aerea, operazioni che possono anche essere pericolose per l’equilibrio ecologico dell’ambiente lagunare: delle epidemie si sono propagate in questo modo e il tasso di mortalità a volte divenuto molto elevato in certe colonie di ostriche, prima o dopo l’innesto, per colpa di un virus diffuso troppo rapidamente.

Questa concorrenza sfrenata logicamente portò a una disorganizzazione del mercato: troppi piccoli produttori si indebitavano dovendo allo stesso tempo smaltire la loro produzione, spesso di qualità mediocre, a un numero comunque limitato di acquirenti.

La legge del mercato cominciò a riequilibrare la situazione, con un numero di esperienze di perlicoltura terminate in fallimento.

Le statistiche ufficiali del 1997, basate sul numero di concessioni marittime date, fanno apparire 2.010 concessioni di raccolta di larve, 1.603 concessioni di allevamento e 1.328 concessioni d’innesto, autorizzate in quell’anno, ossia un totale di 4.941 concessioni; ma tutte queste concessioni non generano necessariamente un’azienda perlifera in attività, dietro semplicemente a un’autorizzazione amministrativa, e molte aziende dispongono di autorizzazioni per le tre attività repertoriate. Tuttavia possiamo considerare che esistono oltre 1.000 aziende perlifere attualmente in attività, essenzialmente alle Tuamotu-Gambier.

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